Il 17 maggio 2026, nel cuore di Roma, si è riunito per una nuova sessione il Tavolo Nazionale di Dialogo interreligioso dei Giovani. La sede scelta era quella del Centro Italiano di Cultura Ebraica, ospitato nell'antico edificio che per decenni ha accolto bambini e ragazzi della comunità ebraica romana: un luogo che porta nella pietra la memoria di chi è stato accolto nelle sue stanze, e che oggi continua a essere spazio vivo di incontro, cultura e formazione per l'intera città. Non una cornice casuale, dunque, ma un gesto di ospitalità che già diceva qualcosa del metodo che questo tavolo ha scelto di praticare.
Il Tavolo Nazionale di Dialogo interreligioso dei giovani non nasce da una direttiva calata dall'alto. La sua storia, ricordata con evidente soddisfazione da don Giuliano Savina — che coordina i lavori insieme a don Riccardo Pincerato — è quella di un'intuizione cresciuta nel tempo fino a diventare, come lui stesso ha detto, «un'auto-convocazione». I leader delle diverse tradizioni religiose presenti in Italia hanno nominato i propri rappresentanti giovani, e questi rappresentanti hanno preso a incontrarsi con una cadenza propria, decidendo ogni volta insieme il luogo del prossimo appuntamento. Quella mattina era stata la comunità ebraica, nella persona di Matias Uriel Girotto dell'UGEI - Unione Giovani ebrei d'Italia, a offrire la propria casa.
Nel corso della mattinata ha fatto visita al gruppo anche il Rabbino Capo della comunità ebraica di Roma, accolto con rispetto e soddisfazione. È stato sottolineato quanto trovi «estremamente promettente» il fatto che questa generazione di dialogo sia composta da giovani, al di là di ogni retorica sulla giovinezza. Ha ricordato la storia della propria comunità come minoranza che «ha pagato pesantemente» la diversità, e ha invitato a prendere atto che il quadro religioso italiano è oggi «radicalmente cambiato» rispetto a vent'anni fa: non si tratta più soltanto delle tre tradizioni abramitiche, ma di una pluralità molto più articolata, come dimostrava la stessa composizione della sala. Il messaggio è stato netto: «L'esterno, il pubblico italiano, deve capire che il mondo cambia» e che la diversità religiosa presente oggi nel paese non è transitoria, perché chi appartiene a queste comunità è spesso nato in Italia, studia in italiano, è italiano a tutti gli effetti.
Il cuore dell'incontro è stato, però, la preparazione a un appuntamento che si avvicina con il peso di un momento storico: il Tavolo giovani ha, difatti, elaborato proposte e documenti che saranno portati all'attenzione dei leader spirituali. Un’ulteriore conferma della fiducia reciproca e dello spirito di collaborazione che accomunano le parti, nel comune impegno a costruire un futuro fondato sul dialogo e sulla condivisione.
Ma il valore di questa giornata non si è misurato soltanto nei documenti prodotti o negli appuntamenti in agenda. A colpire è stata soprattutto la naturalezza con cui giovani provenienti da tradizioni religiose differenti hanno saputo confrontarsi, ascoltarsi e lavorare insieme, riconoscendo nelle reciproche differenze non un ostacolo, bensì una risorsa. In un tempo in cui il dibattito pubblico sembra spesso alimentarsi di contrapposizioni e semplificazioni, il Tavolo continua a testimoniare la possibilità di un'altra strada: quella dell'incontro paziente, della conoscenza reciproca e della costruzione di relazioni autentiche.
Al termine dei lavori, mentre i partecipanti lasciavano gli spazi del Centro Italiano di Cultura Ebraica, rimaneva la consapevolezza che il dialogo interreligioso non è soltanto un tema da discutere, ma una pratica concreta da vivere. Una pratica che, incontro dopo incontro, sta formando una generazione capace di abitare la pluralità religiosa dell'Italia contemporanea con responsabilità, rispetto e speranza.