L’oratorio per lui è molte cose. L’ha vissuto e lo vive in tanti modi da diversi anni, e dal 2012 è responsabile della Pastorale giovanile della Cei. Se si sofferma a pensarci don Michele Falabretti, 52 anni, lo vede come «lo strumento che la comunità cristiana utilizza per l’educazione delle giovani generazioni. L’oratorio è casa della comunità dove attraverso le relazioni e le esperienze, anche tra generazioni diverse, l’attenzione alla crescita dei ragazzi è finalità principale».
Con che spirito riaprono gli oratori feriali?
«L’oratorio è nato ed è cresciuto in contesti di emergenza: penso a san Filippo Neri e ai suoi ragazzi sbandati; a don Giovanni Bosco e ai suoi giovani per strada. Non possiamo sognare una realtà immersa nel mondo delle fiabe. Anche l’oratorio ha preso sberle come tutti, ma è proprio perché ci sono dei bisogni che deve sentire di avere un compito più necessario oggi di sei mesi fa».
Quali sono le parole chiave di questo 2020?
«Ho sentito un intervento della filolosofa e pedagogista Luigina Mortari: la definizione migliore è di un “tempo della cura”. Questa emergenza sanitaria, dai risvolti economici, che fa nascere speranze verso la scienza e la tecnologia (il vaccino), sta scavando nei cuori, nelle coscienze generando problemi nell’animo. Anche nei più piccoli, preservati dalla morte ma esposti a conseguenze sul lungo periodo. Tutto ciò richiede cura. E l’oratorio può offrire un grande servizio».
Quali indicazioni anti-Covid avete dato?
«Abbiamo toccato con mano la realtà di un Paese dove Governo centrale e autonomie regionali legiferano sulla stessa materia in modo diverso. Ecco perché non è possibile un protocollo nazionale. Distanziamento, mascherina, segnaletica e misurazione della temperatura sono indicazioni che valgono anche per noi. Capiremo con il passare dei giorni e delle settimane come potrà evolvere la situazione. Le attività appartengono invece alla creatività dei singoli». Ci sono oratori che non hanno mai chiuso in estate.
Cos’hanno insegnato questi mesi?
«Alcune cose fondamentali. Il rapporto con il territorio: abbiamo capito che l’alleanza con lo stesso e il confronto con le norme non significa perdere qualcosa, ma rafforzare un legame che aiuta a superare i problemi e farsi conoscere di più. Entrare nella società ci permette di dirci in modo più forte».
Poi?
«Che bisogna avere il coraggio di non restare imprigionati nella nostalgia delle cose com’erano. I servizi che venivano affidati all’oratorio (doposcuola, compiti, laboratori espressivi, estate ragazzi) vanno ripensati perché, pur essendo una risorsa, servono competenze più alte. Un tempo risolveva tutto il prete da solo. Ora no. Perché non ha il tempo di fare tutto (ha più comunità) e
perché non ha tutte le competenze. Ragionare con il Comune e il Terzo settore è capire che ci sono situazioni specifiche problematiche che chiedono di fare squadra».
C’è un fronte, infine, che richiede grande impegno.
«Il digitale, lì siamo indietro. La pandemia ci ha dimostrato che la Chiesa usa la Rete come strumento, penso alle Messe in streaming. Dobbiamo capire che il Web è un mondo e come tale va abitato
e fatto abitare».
(di Chiara Pelizzoni, @Famiglia Cristiana 42/2020)